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    Radiate Strong

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    rawkitten:

So yeah, this was me time ago.

    rawkitten:

    So yeah, this was me time ago.

    Zero ha trovato amici.

    Zerocredits-w500

    A quest’altitudine le città sembrano lucciole lattiginose. Insetti che si accalcano dietro i finestrini dell’aereo. 
    E’ sera, e le luci filtrano fra nuvole e smog. Ora che i suoni sono scomparsi, pare siano rimasti solo loro, gli echi del barlume giallo delle lampade, a ricordarci del mondo che vive diecimila metri sotto di noi.

    Come se qualcuno avesse abbassato il volume, lasciando solo l’eco delle statiche dell’amplificatore, mentre le immagini continuano a scorrere. Un silenzio pulsato dai quattro turboventole Pratt & Whitney fissati sotto le ali

    Dice di chiamarsi Zero, come gli aerei giapponesi della seconda guerra mondiale. Occhi nervosi avvitati in un cranio lucido. Uno scheletro ricoperto alla meno peggio d’una pelle pallida. Più che tatuaggi, penso siano i segni delle cuciture.

    L’ho conosciuto in coda ai cessi. Fermi entrambi nello spazio angusto fra i sedili, ci siamo guardati. Gli ho chiesto dei tatuaggi. Lui in cambio mi ha raccontato di sé.

     Zero è un seguace del movimento per la superiorità ariana. Credo che voglia dire che Zero e la sua gente aspettano la sfolgorante venuta di un Neo-Fhurer.

    M’immagino un Hitler 2.0 con i baffi al neon, saggio e posato nella sua divisa in lattice e acciaio. Pronto a elargire perle di saggezza a contadini che vivono accampata in mezzo ai boschi. Un mahatma assassino, ma con un’ottima divisione marketing, che illumini gli orfani barbuti e smarriti di questo secolo ventunesimo.

    Effettivamente, un dittatore invasato è un’ottima alternativa ad una terapia di gruppo. Più socialmente accettabile, direi.

    Sono millenni che innalziamo totem, un nano che urla in mezzo ad un parcheggio di roulotte non è neppure il più ridicolo. Mordo l’interno delle guance per mantenere un espressione concentrata e non ridere.
    Zero dice un sacco di stronzate, ma amo la gente che parla per slogan. Zero torna a casa per un funerale. 


    “Non li capisco i funerali. Sembriamo noi i cadaveri, in piedi fuori dal cimitero. Aspettare in piedi la bara e un prete che non dice mai che è morto. Dice sempre “ci ha lasciato”. Cazzo, non ci ha lasciati. È li, in quella cassa di legno sotto i fiori, gonfio da schifo. Non è diventato “una brava persona” o “un padre amorevole”. Tutto quello che è diventato sono novanta chili di carne più o meno putrefatta.” 

    Ti dispiace che sia morto? 

    “Non lo so. Non lo conoscevo. L’ho solo visto morire.” 

    Il mio turno. Entro nella microscopica toilette canticchiando “La forma non è diversa dal vuoto, il vuoto non è diverso dalla forma, la forma è proprio tale vuoto, il vuoto è proprio tale forma”. Rido mentre premo lo sciacquone.

     

    11 settimane 2 giorni 3 ore 11 minuti allo schianto.

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    Sennheiser bianche.

    Dita affusolate a sorreggere zigomi alti, come archi d’osso in cattedrali gotiche.  Vetrate nocciola fra le tracce dell’eyeliner.

    Capelli rasati su un lato, più per moda che ribellione. Riga al centro, e ricrescita chiara sotto i rosso sintetico.

    Qualcosa di nordico, glaciale, a dispetto dell’incarnato abbronzato. Come orsi polari su una spiaggia.

    Snocciola pigra una playlist quando le chiedo cosa ascolta.

    Canti?

    Anche.

    Inarco un sopracciglio, fingo interesse. Che gener. Non finisco la frase, mi porge un auricolare. Schiaccia play sul lettore chiude gli occhi. Ascolto in silenzio, guardandola di sfuggita. Parla, fissando il sedile davanti a se.

    Parla piano, ma abbastanza da sovrastare la musica. 
    “Mi segui? È come un click, solo che te ne accorgi dopo, che l’interruttore è scattato. Come spegnere la luce a occhi chiusi, finisci per accorgertene solo quando li riapri. Sei comunque al buio, quindi non è cambiato nulla in realtà. Era buio con gli occhi chiusi, è buio con gli occhi aperti e la luce spenta. Non è cambiato nulla. Tranne. Per. Te. Perché adesso sai d’avere gli occhi aperti. Ed è realmente buio. Non devi fingere che non ci sia la luce. Non c’è davvero. E ti chiedi quando diavolo è scattato l’interruttore. Ti accorgi del cambiamento, ma non di quando è successo. Hanno staccato le luci, tagliato il telefono, tolto la corrente, il gas, l’acqua dentro di te. Non mettono neppure i sigilli sulle porte, perché non c’è più niente da vedere”. 


    Prende il telefono, tocchi e gesti a carezzare lo schermo. Mi mostra una foto.

    “Click. E finisce. Capisci?” 


    12 settimane 6 giorni 19 ore 53 minuti allo schianto. 

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    Cinquanta sfumature d’esposizione.

    Quante sono trentuno milioni di copie? Concettualmente, non è un numero proprio immediato da visualizzare, a meno che non siate dittatori con inclinazioni al genocidio.

    Personalmente, penso ci siano solo tre cose sensate che io possa fare.

    La prima è ringraziare Erika Leonard per avermi dato un argomento in più per attaccare bottone con le trentenni.

    La seconda è parlarne pure io per pompare le statistiche di Analytics e le keyword del sito.

    La terza è suggerirvi due punti di vista differenti, entrambi di penne che adoro:

    - Nebo | Cinquanta sfumature di nulla

    - S. Semenenko | Buona Notte Pornografica

    Buona lettura.

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    Istruzioni di Realtà

    Specchio-w500

    Le uscite d’emergenza sono collocate alla vostra destra e alla vostra sinistra lungo

    Ecco. Se avessi fatto saltare tutto, adesso, sarei stato un pessimo terrorista. Quinta regola. Mai, mai, mai detonare prima del momento stabilito, se non strettamente necessario.

    E poi non è che ci tenga a sembrare l’eiaculatore precoci del Regno del Terrore. Semplicemente non si fa, dannazione, non si fa. Si aspetta il momento stabilito. Solo allora, si preme il bottone.

    Si aspetta il momento.

    Si sopporta la tensione.

    Si sopporta il logorio mentale, i sudori freddi.

    Si sopporta la paranoia divorante.

    E  si sopporta anche l’assistente di volo addetto ad illustrarti le dieci fasi da seguire in caso d’incidente.

    Lo si guarda fingendo interesse, mentre ripete le stesse identiche, idiote istruzioni con accenti e inflessioni tali da ridurre  la tua lingua madre una specie di fastidioso difetto di pronuncia.

    Concentrazione e forza di volontà sono la chiave. Un buon mantra ripetuto con insistenza aiuta, o anche un pezzo di Crosby, Stills, Nash & Young. Ma solo se cantato con tono monocorde e sguardo fisso nel vuoto. Rassicurando al contempo i tuoi compagni di volo sulla tua salute mentale.

    Le istruzioni di sicurezza  pare siano l’unico modo sensato che le compagnie aeree hanno escogitato per impedirti di pensare alle reali possibilità di sopravvivenza d’una folla di turisti in preda al panico. Intrappolati in un cilindro di metallo. Che precipita al suolo da diecimila metri di quota.

    Dieci indicazioni sommarie su un pezzo di carta plastificato, da sfogliare mentre idioti equamente distribuiti lungo la carlinga mimano la versione triste della macarena, indossando giubbini arancio sopra le divise. Dannazione, si saranno detti, ha funzionato per la Bibbia, il Corano, la Thorà e chissà quanti altri testi, perché non dovrebbe funzionare per un volo aereo?

     Chiedetevelo, la prossima volta che salirete su un aereo.

    Come possono reagire in una situazione d’emergenza persone che leggono Cinquanta sfumature di grigio e lo trovano trasgressivo? Impiegati in bermuda la cui cosa più rischiosa fatta nell’ultimo mese è stata sedersi sul cesso senza controllare prima se c’era o meno carta igienica? Persone realmente convinte che il suffragio universale sia un bene?

    Abolite questa pagliacciata, vi prego, Sommi Re dei Voli Aerei. Istituite rapidi corsi di Educazione al Mondo Reale. Felici momenti di pura introspezione,  in cui un sergente istruttore ti urla in faccia la nuda, cruda Realtà.

    Assumete un veterano di guerra che, schiaffeggiandoti, ti spieghi che la tua ex non è la Beata Vergine Maria. E che se gli piaceva prenderlo in culo da te, non esiste motivo per cui debba cambiare opinione con il suo nuovo fidanzato.

    Ingaggiate persone che hanno visto la morte in faccia. Che strattonandoti per il collo ti facciano capire come Valdoxan, Elontril, Remeron, Avanza, Zispin, e Zoloftnon non siano stati creati per aiutarti ad affrontare una vita di  merda. E neppure per stimolare la fantasia degli addetti al marketing con nomi divertenti. Sono stati inventati per farti dimenticare che la vita di merda da cui fuggi è solamente opera  tua.

    Realtà. Calci nelle palle e schiaffi sulle gote ogni quindici minuti precisi, in mancanza di spazio in cui fare sollevamenti. Per. Tutta. La. Durata. Del. Volo.

    Sono sicuro che la frase “questo viaggio ti ha cambiato” potrebbe finalmente assumere un senso.

    Finché non sarà così, vedrò di dargli un senso Io, a questo volo.

    13 settimane 3 giorni 21 ore 22 minuti allo schianto 

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    Represse in divisa

    Lorena_bobbitt_gallo-w500

    Hostess troppo gentili. Penso sia fra le clausole del loro contratto, esser troppo gentili.

    Un sorriso esageratamente smagliante, un prego detto a voce troppo alta, un cenno del capo eccessivamente appariscente mentre ti danno il benvenuto a bordo. E’ l’equivalente umano dell’urlarti in faccia. Sfogare la frustrazione d’esser obbligate alla gentilezza, senza scampo ne resa.

    Sembrano quelle ragazze che dopo un appuntamento ti sussurrano “Non serve ti dia il numero, ho già il tuo, tranquillo, ti richiamo io”.

    Sai già che non lo faranno, è una verità incisa nei tuoi cromosomi di maschio in età riproduttiva. Eppure se al posto di un cellulare avessi un apparecchio fisso, passeresti le giornate ad assicurarti che la cornetta sia ben appoggiata. Perché è brutto sentirsi dire in faccia che non piaci abbastanza. Meglio sparire in silenzio.

    E’ lo stesso per le hostess. Sono evolute in mostri d’odio zuccherino. Reprimersi quotidianamente in sette lingue diverse gli ha donato fauci aguzze sotto il sorriso-standard-col-collo-inclinato-a-tre-quarti.

    Costantemente in attesa di un segnale luminoso cui accorrere, falene sorridenti. Babysitter e badanti comprese nel biglietto del volo. Gentili, composte, educate ed efficienti.

    Percorrendo diecimila volte all’anno gli stessi cinquanta metri di carlinga con inculcati in testa concetti e frasi socialmente accettabili al posto della verità.

    Deve essere qualcosa di terribile. E non importa quanto le paghino, dannazione. E’ uno stupro. Proteggete la vostra integrità mentale. Dovreste evirare ogni singolo passeggero maschio che vi fissa il culo, se la cosa vi infastidisce. Evirarlo con un tagliaunghie, se necessario. Vi farà sentire meglio.

    E non solo, finalmente spiegherà a tutti i presenti perché quell’insignificante accessorio da toeletta è considerato così pericoloso da esser ritirato al check-in.

    Fate saltare i portelloni solo per fumare in pace, mentre guardate gli stronzi che non si allacciano le cinture provare a imparare a volare nel giro di diecimila metri.

    E i bambini? I bambini che piangono, come ho potuto dimenticarmi di loro? Garrottate ogni ragazzino preadolescente con gli auricolari del suo iPhone. Ammazzarne uno per educarne mille.

    Dimostrate che il femminismo non è morto con Lorena Gallo. Urlate al mondo che i parcheggi rosa, le quote rosa, le carrozze rosa sono più socialmente umilianti del “sono caduta dalle scale” dopo esser state prese a cinghiate.  

    Picchieresti un paralitico? Si. Picchieresti una donna? No. Come ci si sente, a valer meno di uno storpio?

    Il suo posto è in fondo a destra.

    Personalmente sarò sempre a favore della salvaguardia dell’integrità mentale delle persone.
    Della salvaguardia dell’integrità fisica un po’ meno, ma da un novello attentatore suicida al suo primo volo non si può pretendere troppo.

    14 settimane 6 ore 6 minuti allo schianto

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    Il dilemma dei martelli collaterali

    Martello-w550

    Attenzione prego, i passeggeri del volo 
    Segue un confuso insieme di cifre. Mi alzo dalla panchina cercando di far scricchiolare tutte le giunture.

    Occorrono circa cinque ore di sesso per bruciare le calorie di un cioccolatino.  Per questo la tipa al check-in ha un culo enorme. Saranno dieci anni che fissa oggetti semitrasparenti scorrere dietro un monitor. La cosa più lunga che ha avuto fra le cosce nell’ultimo mese sarà stata la sella della bicicletta.

    Un giorno salterà fuori qualcuno, in un attimo qualsiasi delle nostre vite, dicendoci che si tratta della candid-camera più elaborata della storia. 
    O forse esiste davvero una superiore civiltà aliena, e questa è una simulazione evolutiva in un sistema probabilistico. In pratica, sette miliardi di topolini bianchi a due zampe. Sarebbe spaventosamente divertente. Specie per un’addetta al check-in.


    Ripasso a mente le regole. Le regole sono importanti. Le regole sono il codice genetico dell’evoluzione. Regola dodici.

    Le valigie devono essere piccole. Mai semivuote. Sarebbe bello se fossero tutte blu, per confonderle e scambiarle e ritrovarsi nei panni di qualcun altro. Saltare in aria, purtroppo, è una sorpresa che in molti non apprezzano, quindi meglio evitare l’ultima parte.

    Regola tredici.
    I libri sono ottimi in valigia, se necessario diventano gradini per guardare meglio il panorama, cuscini ortopedici e orsacchiotti saggi e spigolosi. 

    I libri fermano le pallottole e sono un’ottima giustificazione a una valigia un po’ troppo pesante per le sue dimensioni.

    Ci affidiamo ai metal detector come ai cancelli del Paradiso. Le macchine sono infallibili e precise.

    Quando bastano sfere di ceramica, eleganti perle avorio incastonate in gel esplosivo. Le macchine sono pur sempre pezzi di metallo mossi da scimmie con il pollice opponibile.

    Scimmie spesso sufficientemente annoiate o stanche. Anonimi addetti pagati troppo poco per prestare attenzione a un leggero tremito nella voce,  ad un sopracciglio un po’ troppo irrequieto o ad un respiro trattenuto troppo a lungo.

    Tick

    Nulla suona, nessun addetto alla sicurezza che urla alla ricevente, nessuna pistola puntata alla tempia. Ripetetemi ancora che la routine non uccide.

    Hirohiko Araki una volta mi spiegò l’importanza del pensiero laterale. Di come non siano le nostre scelte a influenzare la situazione, ma piuttosto il contrario. Alla fine, dona a un uomo un martello, e ogni cosa gli parrà un chiodo.

    Non si tratta di elaborare strategie differenti, quanto di non martellare sempre lo stesso dito. Artisti, poeti e terroristi l’hanno capito da secoli.

    14 settimane 3 giorni 1 ora 32 minuti allo schianto

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    templesmith:

Back hand (Taken with Instagram)

    templesmith:

    Back hand (Taken with Instagram)

    Dormiveglia

    Broccoli-w550

    Dormiveglia.

    Ti amo come non ho mai amato nessuno in vita mia. Non in senso assoluto, solo in modo diverso da tutti gli altri.

    È una bellissima frase, avrei dovuto scrivertela prima di partire. 

    M’hai salutato con un

    -Puzzi d’alcool.

    M’hai offerto da mangiare. Dovrei provare a farla, un giorno di questi, la pasta con i broccoli. Non li ho mai capiti, i broccoli. Se giochi con il cibo sei ricco. Se parli con il cibo, sei pazzo.

    Ti ho lasciato le chiavi dell’appartamento. Qualcuno dovrebbe dar da mangiare ai furetti.

    - Va bene.

    Se devi comprare mangime o altro, i soldi sono nascosti dietro il barattolo dell’origano, terzo scaffale.  Vado, ho il taxi fermo qua sotto.

    In realtà dietro quel barattolo ci sono circa diecimila euro. Fra veterinario, mangime e medicinali dovrebbe riuscire a mantenere quelle bestiole fino alla fine dei loro giorni, ingozzandoli di caviale tre volte a settimana. Sempre che lei non li spenda prima per i cazzi suoi e si dimentichi di loro.

    Conoscere e fidarsi son parole che stonano, nella stessa frase. Siamo tutti puttane, di tanto in tanto. Contro la morale e contro il suo rancore. Mi abbraccia in fretta.

    Fa così freddo fra le sue braccia. Come se in 25 anni non avesse mai pagato le bollette. Come se il ghiaccio di tutti quei vodka-lemon si fosse fermato all’altezza dell’esofago, o dieci centimetri più in su. 
    Il cuore controlla l’erezione. Il cervello controlla l’amore. Lo scemo controlla chi ha attorno. E’ per questo che sono uscito senza darle le spalle, camminando all’indietro. Non mi ha nemmeno chiesto quando sarei tornato.

    Un dosso fa sobbalzare il taxi. Picchio la testa contro il vetro. Mi raddrizzo massaggiandomi la tempia. Il tassista bofonchia qualcosa, con le dita intorpidite pago e prendo il resto.

    Le raffiche di vento sono tremende stasera, faccio fatica ad aprire la portiera. Come se volessero dirmi di non scendere, di rimanere al caldo del condizionatore, cinto dal sedile e abbracciato dalle cinture. I primi accordi di Venus in Fur, dei Velvet. È l’unica loro canzone che abbia mai ascoltato. Come se le altre potessero deludermi. 

    14 settimane 4 giorni 3 ore 3 minuti allo schianto

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    Arcate verdi

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    I signori che abitano nelle conigliere di cemento sono soliti ripetere: “Il problema non esiste perché noi non esistiamo per il problema”. E sembrano contenti, nei loro 10 metri quadri d’appartamento. Ogni tanto qualcuno strippa e accende la luce dopo aver riempito l’appartamento di gas, ma alla fine è solo un caso isolato, nell’isolato.

    Il viale deserto, tre corsie d’asfalto umido che corrono innanzi a me fin dove l’occhio può spingersi. Da entrambi i lati, gli alberi ribelli al rigore geometrico di qualche architetto urbanista. Tesi a coprire il cielo, arcate e cuspidi di foglie verdi.

    Alieno, un cielo che pare marmo rosa sovrasta tutto quanto, fra venature di nuvole distese a bearsi degli ultimi raggi del sole. 

    Il tassista pare simpatico, ma dopo i primi tentativi, caduti a vuoto, ha deciso di rimanere in silenzio. Canticchia qualcosa, gli occhi fissi sulla strada.

    La testa appoggiata al finestrino, le orecchie tese. Ascolto la radiazione di fondo dell’Universo. Sintonizzatevi su 160,2 GHz, la stazione radio del Big Bang.

    Le stelle, i pianeti, le nebulose che cantano, una voce fatta d’oscillazioni, profonda milioni d’anni luce.

    La musica dello Spazio ci irraggia e attraversa in ogni attimo. É la consapevolezza d’ogni nostro singolo atomo d’esser legato. Un legame così stretto da rendere lo spazio fra le nostre dita una distanza incommensurabile. La percezione d’un corpo di far parte d’una visione, d’una sola Coscienza condivisa, ma vissuta, sperimentata e percepita soggettivamente.

    È percepire che qualunque relazione ci congiunga sarà solo un riflesso di questo legame.

    Nessun legame che possa esser più forte della semplice attrazione fra elettroni e protoni. Orbite che compongono corpi umani e celesti. Le stesse forze d’attrazione che scisse radono al suolo una città.

    O possono semplicemente far saltare in aria un aereo, a voler rimanere sul semplice.

     Rosa e verde e nero in macchie confuse mentre allo stereo qualcuno canta che anche gli eroi hanno paura, e nessuno in questa macchina può dirsi un eroe. Non mentre a ottanta all’ora scivola in questa cattedrale verde.

    Io, una piccola valigia azzurra, un orologio che corre verso lo zero mentre il tassametro sale.

    14 settimane 4 giorni 4 ore 6 minuti allo schianto

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